*LA MORTE IN STREAMING E IL MONITO
DEL POTERE

Perché l’Esibizione della Pena Capitale è Propaganda di Guerra
12 ottobre 2026 · di Marco Bizzozero Riflessioni dal saggio «Perché le guerre. La schiavitù della violenza»
L’Esecuzione in Streaming: Oltre lo Spettacolo Mediale
L’annuncio che negli Stati Uniti un’esecuzione capitale verrà trasmessa in diretta streaming rappresenta una soglia simbolica che supera di gran lunga la semplice cronaca giudiziaria o la condanna della curiosità mediale. Interpretare questa scelta come una mera derivazione voyeuristica significa fermarsi alla superficie del fenomeno, senza cogliere la funzione politica e psicodinamica del gesto.
Messa in scena nell’arena digitale globale, la pena capitale cessa di essere un provvedimento punitivo ordinario e si svela come una liturgia di sovranità. La domanda centrale non riguarda le motivazioni del pubblico, ma la ragione profonda per cui la struttura di potere sceglie di esibire pubblicamente la propria potestà assoluta sull’individuo.
La Drammaturgia della Sovranità e lo Ius Vitae Necisque
Nelle civiltà arcaiche come nei sistemi di controllo rigido, la punizione pubblica è sempre stata la riaffermazione solenne dello ius vitae necisque — la prerogativa del potere di disporre dell’esistenza dei sudditi. Quando l’autorità trasmette questa drammaturgia sui dispositivi personali di milioni di cittadini, invia un monito subliminale ed efficace al corpo sociale:
«La tua autodeterminazione e la tua libertà non ti appartengono in modo incondizionato: restano subordinate all’autorità che può disporne quando stabilisce che hai violato la norma, o quando esige che la popolazione serva le sue scelte strategiche.»
Questo messaggio instilla un allarme primordiale. All’individuo viene ricordato che la propria integrità è concessa a titolo precario, attivando una risposta difensiva che disattiva la capacità critica e spinge verso la sottomissione al comando.
La Biologia della Paura: Inoculare l’Allarme per Indebolire il Sé
Come analizzato nel saggio «Perché le guerre», il terrore e la vulnerabilità costituiscono le leve più efficaci di orientamento della coscienza. Di fronte alla percezione dell’allarme, si attiva il Sistema di Risposta allo Stress: l’amigdala assume la guida della percezione e la Bilancia degli Affetti si sbilancia sul piatto della Difesa e della Paura.
Sul piano neurobiologico, l’allarme prolungato ostacola la comunicazione fluida tra gli emisferi cerebrali attraverso il corpo calloso, riducendo l’apporto dell’emisfero destro (sede dell’empatia e del contesto) e lasciando prevalere un emisfero sinistro reattivo e polarizzato.
L’indebolimento del Sé che ne consegue è la premessa di ogni propaganda. Un Sé impaurito perde il proprio senso di agentività (locus of control) e si dispone a delegare la propria sicurezza al potere costituito, accettando passivamente le decisioni imposte dall’alto.
Il Legame con la Propaganda Bellica
In una fase storica contrassegnata da tensioni internazionali e dallo spettro di nuovi conflitti, l’esibizione spettacolare del potere supremo si configura come un atto di propaganda bellica preventiva. In guerra, lo Stato esige che il cittadino-soldato rinunci alla propria autonomia per sottomettersi al comando supremo: il rifiuto dell’obbedienza viene sanzionato con l’eliminazione per diserzione.
«La propaganda di guerra opera depotenziando il Sé attraverso l’allarme. Mostrarci il dominio incontestabile sull’individuo serve a preparare la mente collettiva all’idea che, quando verrà proclamato lo stato di necessità, nessuno potrà sottrarsi alla decisione dell’autorità.»
Disarmare il Terrore: La Risposta del Sé Integrato
Di fronte a questa pedagogia dell’intimidazione, la risposta efficace nasce dalla ricostruzione della forza interiore e della presenza somatica. Se la propaganda agisce frantumando la consapevolezza attraverso l’allarme, la vera resistenza parte dalla riappropriazione dell’autonomia del Sé.
Ricostruire i cinque Atti Generativi (Protezione, Appartenenza, Cura, Riconoscimento e Valore) e riattivare il sistema vagale ventrale attraverso pratiche corporee integrate permette di strutturare un Sé solido e pacificato. Un Sé che ha disarmato l’allarme interno non è più manipolabile dal terrore, rifiuta la deumanizzazione dell’altro e preserva la capacità di scegliere la pace.
Svelare la funzione reale dello spettacolo dell’intimidazione è il primo passo per smontare la propaganda e riaffermare che la vita umana, radicata nella dignità del Sé e nella coesione del Noi, non appartiene a nessuna macchina di potere.
Fonti
- US to livestream Fort Hood shooter’s execution: Is that legal? (Al Jazeera, 9 ottobre 2026)
- Pentagon to livestream firing squad execution of Fort Hood shooter (NPR, 9 ottobre 2026
- Trump, asked if he approved live-streaming execution, says “absolutely” (Washington Post, 9 ottobre 2026)
- USA: Livestreaming firing squad execution would compound cruelty of the death penalty (Amnesty International)
*La guerra dei padri, la ferita dei figli
17 ottobre 2026 · di Marco Bizzozero Riflessioni dal saggio «Perché le guerre. La schiavitù della violenza. Una possibile educazione alla Pace»
Perché i nostri ragazzi soffrono come i reduci di una guerra che non hanno combattuto, e perché la risposta è un rito laico da ritrovare insieme

C’è una frase che sempre più spesso gli adulti sentono dire dai ragazzi, e che non sanno dove mettere: non voglio più esistere. Non sempre è un proposito, quasi mai è un capriccio. È il modo più nudo che un giovane trova per dire: ho paura, il mondo mi fa paura, e non vedo un posto per me tra gli altri.
Questo articolo prova a prendere sul serio quella frase. Non come un problema privato da affidare allo psicologo di turno, ma come un segnale che riguarda tutti noi: il segno di una lacerazione del tessuto che tiene insieme l’io e l’altro, l’io e il noi, il noi e il voi. Una lacerazione che ha una storia, e che ha un nome antico: guerra.
I numeri di una sofferenza
Prima delle cause, i numeri. Non per allarmare, ma perché sono loro a dare peso al discorso.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un adolescente su sette nel mondo, tra i 10 e i 19 anni, convive con un disturbo mentale diagnosticabile. Ansia e depressione ne compongono circa il 40%. Il suicidio è tra le prime cause di morte tra i 15 e i 19 anni.
Non è un livello stabile: è una curva in discesa. La Lancet Psychiatry Commission parla di un declino della salute mentale giovanile che dura da almeno vent’anni (2024). L’OCSE segnala un peggioramento del benessere psichico di bambini e adolescenti. In Inghilterra, oggi, un giovane su quattro tra 16 e 24 anni (il 25,8%) ha un disturbo mentale comune come l’ansia o la depressione (NHS, 2025).
In Italia il quadro è lo stesso. Il 62,8% dei ragazzi tra 16 e 19 anni si dice molto preoccupato per il futuro (Censis, 2026). Circa 54.000 studenti delle superiori vivono in ritiro sociale, chiusi nella propria stanza (Cnr-Ifc e Gruppo Abele, 2023). E in uno studio condotto in dieci paesi su diecimila giovani tra 16 e 25 anni, il 75% risponde che “il futuro fa paura” e il 56% che “l’umanità è condannata” (Hickman et al., 2021).
Ma non sono solo i giovani a mandare questo segnale. Le malattie croniche non trasmissibili (cardiopatie, ictus, diabete, cancro) causano oggi circa tre morti su quattro nel mondo. Il diabete si è quasi quadruplicato dal 1980. E in quasi tutte queste malattie la scienza ritrova lo stesso motore silenzioso: lo stress cronico, cioè un corpo che vive a lungo in allarme senza riuscire a tornare alla quiete.
Curve che partono dalla stessa zona
Se si mettono in fila le curve di queste malattie, colpisce un fatto. Restano piatte per secoli e poi si impennano, chi un po’ prima e chi un po’ dopo, ma più o meno nella stessa zona: a partire dagli anni Sessanta del Novecento. Quindici anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Mezzo secolo dopo l’inizio della Prima.
Tra il 1914 e il 1945 passano trentun anni: l’arco di una sola vita. In quei trentun anni nessuna generazione europea è sfuggita alla guerra. Chi non ha avuto l’infanzia sotto le bombe ha avuto l’adolescenza sotto la dittatura che preparava la guerra successiva; chi è sfuggito all’una e all’altra, a vent’anni era al fronte.
Chi nasce tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta è figlio e nipote di quella generazione. I ragazzi di oggi, nati dalla fine degli anni Novanta in poi, sono figli loro: la terza, a volte la quarta generazione dopo le due guerre. Sono loro i protagonisti di quelle curve.
L’ipotesi che propongo è forte, e va detta come ipotesi: quel trauma non si è fermato a chi lo ha vissuto, ma si è trasmesso. Una prima via è il corpo. Gli studi di Michael Meaney hanno mostrato che la cura ricevuta nei primi giorni di vita modifica l’espressione dei geni che regolano lo stress, e la regola per tutta la vita. I bambini concepiti durante la carestia olandese dell’inverno 1944-45 mostrano, sessant’anni dopo, più malattie metaboliche e tracce misurabili nel loro DNA. Rachel Yehuda ha trovato segni simili nei figli dei sopravvissuti all’Olocausto.
Nessuno può dire che le due guerre siano la causa unica della sofferenza di oggi: negli stessi decenni sono arrivati inquinanti, interferenti endocrini, nuovi stili di vita, che la ricerca di Ernesto Burgio documenta con rigore. Ma si può dire una cosa più prudente e non meno grave. Le guerre hanno consegnato ai figli e ai nipoti un sistema nervoso già più vicino alla soglia di rottura: un terreno già inzuppato, pronto a incendiarsi con qualunque scintilla.
Il reduce e l’adolescente
C’è un indizio che rende questa ipotesi difficile da liquidare. La sofferenza dei nostri adolescenti somiglia, sintomo per sintomo, a quella dei reduci di guerra.
Bessel van der Kolk, uno dei maggiori studiosi del trauma, ha proposto per anni una nuova diagnosi, il Developmental Trauma Disorder, proprio per descrivere questa sovrapposizione. Bambini e ragazzi esposti a stress cronico mostrano gli stessi tre gruppi di sintomi del reduce:
- un’emotività sregolata: ansia e panico, e il loro rovescio, il crollo depressivo;
- un comportamento sregolato: aggressività verso fuori e, quando non trova sfogo, verso se stessi, fino all’autolesionismo;
- un Io che non regge la relazione: l’incapacità di costruire un legame intimo, stabile, fidato.
Non è un’analogia letteraria: sono gli stessi circuiti. Jaak Panksepp ha individuato nel cervello di tutti i mammiferi alcuni sistemi emotivi primari. Il trauma ne sensibilizza tre in modo duraturo: la paura, la collera e il dolore da separazione, quello che regola il legame con chi ci protegge. Nei ragazzi esposti ad avversità precoci si trovano gli stessi marcatori di infiammazione cronica osservati nei reduci.
Nessun dato dimostra da solo che le guerre del Novecento siano la causa di tutto questo. Ma i dati permettono una domanda, che lascio aperta: se il corpo di un adolescente risponde come il corpo di un reduce, a quale minaccia sta rispondendo?
La sedia vuota
La trasmissione non è passata solo per il corpo. È passata, prima ancora, per le case.
In Europa, in quei trentun anni, quasi ogni famiglia è stata toccata dalla guerra. Si cresceva accanto alla sedia vuota di un padre, di un fratello, di un nonno che non sarebbe tornato. Oppure accanto a chi tornava con una manica vuota, o con uno sguardo che i figli imparavano presto a non disturbare con domande. Il bambino che cresce in quella casa eredita un silenzio pieno: un terrore mai raccontato per intero, ma respirato ogni giorno nell’aria della cucina, nel tono di una voce.
E ciò che non si racconta si trasmette lo stesso. Solo che arriva senza parole, e quindi senza la possibilità di essere elaborato. I figli di quei figli hanno ricevuto un’ansia senza una storia che la spiegasse.
Poi, nel 1945, è arrivato qualcosa che nessuna generazione precedente aveva conosciuto: la possibilità che la specie intera finisca. Prima la bomba atomica, oggi la crisi climatica. Robert Jay Lifton ha chiamato nuclearismo l’anestesia con cui gli adulti hanno imparato a convivere con questa minaccia, rimuovendola. I ragazzi non la rimuovono: la sentono. Quel 56% che dice “l’umanità è condannata” non è irrazionale. È la risposta più coerente che un sistema nervoso possa dare a un mondo che gli ha mostrato, per la prima volta, la possibilità concreta della propria fine.
Dolore, paura, rabbia
Che cosa eredita, allora, un ragazzo di oggi? Non un solo sentimento, ma tre, intrecciati.
Il dolore per un noi che manca. Il Sé umano nasce dentro cinque esperienze di relazione: essere protetti, essere curati, appartenere, essere riconosciuti, sentire che la propria vita ha valore. Sono gli Atti Generativi su cui lavoro da anni. Quando il tessuto che li offre si strappa, il dolore per il noi perduto è dolore per un Sé perduto: se cade il noi, cado anch’io.
La paura: di restare soli, esclusi, senza protezione, senza cura, senza un posto. Non è una paura astratta. Gli studi sul dolore sociale mostrano che l’esclusione accende nel cervello le stesse aree del dolore fisico: il corpo tratta la solitudine come una ferita.
La rabbia di chi viene al mondo in un mondo così: pieno di guerra, di dolore, di paura, e senza futuro visibile. È la rabbia della delusione, di chi è giovane e non trova davanti a sé una strada.
Il soldato di un tempo aveva almeno un nemico contro cui scaricare la propria collera. Il ragazzo di oggi no. La sua rabbia non trova direzione: si disperde nei social, esplode in gesti che sembrano senza motivo, o — più spesso — si rivolge contro se stesso. L’ansia, il ritiro, la depressione si possono leggere così: come malattie della relazione. La depressione, in fondo, è la perdita dell’entusiasmo, della forza, del coraggio di andare verso gli altri.
Il tessuto lacerato
Dolore, paura e rabbia non restano chiusi dentro i ragazzi. Si vedono nel tessuto sociale intero, che appare lacerato in ogni sua trama.
Si vedono nelle solitudini. Secondo l’Istat, in Italia quasi nove milioni di persone sentono di non poter contare su nessuno, o quasi, se si trovassero in gravi difficoltà. E tra chi si sente più solo, il gruppo più numeroso è quello degli anziani. Nel Regno Unito il fenomeno è così vasto che nel 2018 il governo ha istituito un ministero per la solitudine. Non è un caso che proprio lì, trent’anni prima, Margaret Thatcher avesse detto: “la società non esiste”, esistono solo individui. E la solitudine uccide: una grande meta-analisi su oltre trecentomila persone ha mostrato che legami sociali solidi aumentano del 50% la probabilità di sopravvivenza (Holt-Lunstad et al., 2010).
Si vedono nei corpi separati dagli schermi. La tecnologia ha privatizzato lo spazio tra un corpo e l’altro. Lo schermo toglie ciò che rende sicura una relazione: il contatto, la voce, lo sguardo, la risata condivisa, il gioco. Senza quei segnali il corpo non si calma insieme a un altro corpo, e resta solo con il proprio allarme.
Si vedono, infine, nel modo in cui guardiamo l’altro. Un sistema nervoso cronicamente spaventato vede minacce anche dove non ci sono: è un dato misurato, non un’opinione. I bambini cresciuti nella paura interpretano come ostili anche gesti neutri. Alzata a politica di Stato, è la stessa distorsione che chiamiamo guerra: dichiarare nemico chi, con un tempo di ascolto e di relazione, forse non lo sarebbe. La guerra è l’iperbole della lacerazione. Distrugge l’altro, e insieme distrugge famiglie, comunità, appartenenze. E lascia in eredità ai figli lo stesso dolore, la stessa paura, la stessa rabbia da cui è nata. È un cerchio che si richiude, a ogni generazione, un po’ più in profondità.
Il rito mancato, il rito possibile
Ogni civiltà umana prima della nostra aveva costruito uno strumento per accompagnare i giovani attraverso la paura: il rito di passaggio. L’adolescente veniva messo di fronte a una prova vera, a un rischio, a una soglia. Ma non da solo: tutto il villaggio stava intorno, a proteggerlo, a curarlo, a riconoscere chi stava diventando. Chi attraversava la prova ne usciva con un Sé più forte e con un posto nel noi.
Nel Novecento questo rito è mancato proprio quando sarebbe stato più necessario. Al posto di un passaggio protetto verso il noi, i ragazzi hanno ricevuto un arruolamento. E oggi, mentre in Europa si torna a parlare di leva, la storia rischia di ripetersi.
Eppure il rito risponde esattamente alla lacerazione che abbiamo descritto. Dove la paura isola, il rito fa attraversare la paura insieme. Dove il dolore nasce dal noi perduto, il rito ricostruisce un noi nel corpo, nella prova condivisa. Dove la rabbia non trova direzione, il rito le offre una forza da misurare, un limite da superare, una responsabilità verso l’altro. Elabora un Sé interconnesso, capace di cooperare, di costruire, di sentirsi responsabile e solidale.
E c’è una cosa che spesso si dimentica: il rito è un piacere. Non solo il piacere di crescere in modo sano, forte, bello, profondamente umano. Anche il piacere semplice di stare insieme agli altri: di ridere, di sostenere il peso di un compagno, di cadere e rialzarsi davanti a chi ti incoraggia, di dire una cosa vera in un cerchio che ascolta.
Per questo voglio parlare direttamente ai giovani. Esiste un’altra strada rispetto alla chiusura e rispetto alla caserma.
Diamo vita ad un’esperienza di prova e di passaggio, scelta liberamente, mai imposta. Che lo Stato offra i luoghi, gli spazi, il tempo; che ricercatori ed educatori preparati la conducano. Dentro, si torna a fare ciò che la nostra specie ha sempre fatto per diventare adulta: stare insieme nel gioco, nella prova, nel rischio, nell’avventura.
Ma non vi propongo di essere curati. Vi propongo di diventare voi la cura. Chi ha attraversato la propria paura insieme agli altri sa riconoscere la paura di chi gli sta accanto, e sa tendergli la mano: il compagno chiuso nella sua stanza, l’anziano che nessuno va a trovare, il ragazzo che dice non voglio più esistere. Siete voi, che sentite più di tutti la ferita di questo mondo, ad avere la forza per guarirlo.
Un mondo che finora non ha saputo fare altro che la guerra non cambierà per decreto, né per le buone intenzioni degli adulti. Cambierà quando una generazione avrà imparato nel corpo, prima ancora che nelle idee, che l’altro è un rifugio e non una minaccia. Da lì nasce un nuovo Sé, un nuovo noi, un mondo altro. Non sono i vostri padri a poterlo costruire: siete voi.
Se riusciamo a metterla in campo, possiamo ricucire il tessuto lacerato: ritrovare la coesistenza tra l’io e l’altro, tra il noi e il voi: scrivere nel profondo Sé di ognuno: NO ALLA GUERRA. Nei prossimi articoli racconterò come questo rito può prendere forma, concretamente: che cosa si fa, dove, con chi, e perché può dare vita ad una nuova generazione di giovani capaci di generare un mondo altro.
Fonti
- OMS, Mental health of adolescents, 2024-2025; World Health Statistics 2025.
- McGorry P. et al., The Lancet Psychiatry Commission on youth mental health, 2024.
- OCSE, rapporto sul benessere di bambini e adolescenti, 2025.
- NHS England, Adult Psychiatric Morbidity Survey 2023/4, pubblicata il 27 giugno 2025.
- Censis – Osservatorio Iride, febbraio 2026.
- Hickman C. et al., “Climate anxiety in children and young people”, The Lancet Planetary Health, 2021.
- NCD Risk Factor Collaboration, The Lancet, 2016 (diabete).
- Meaney M., studi sulla programmazione epigenetica dello stress.
- Heijmans B. et al., carestia olandese 1944-45, PNAS, 2008.
- Yehuda R. et al., Biological Psychiatry, 2016.
- Burgio E., studi su ambiente, epigenetica e salute; teoria DOHaD.
- van der Kolk B. et al., Developmental Trauma Disorder, 2005; D’Andrea et al., 2012.
- Panksepp J., Affective Neuroscience, 1998.
- Danese A., McEwen B., 2012 (infiammazione e avversità precoce).
- Lifton R.J., Falk R., Indefensible Weapons, 1982.
- Eisenberger N., Lieberman M., studi sul dolore sociale, 2003.
- Holt-Lunstad J. et al., “Social relationships and mortality risk”, PLoS Medicine, 2010.
- Dodge K. et al., studi sull’attribuzione ostile, 1987-1994.
- Del Soldà P., Le parole dell’amicizia, Rai Radio 3, 2026; Sulle ali degli amici, Marsilio, 2020.
- van Gennep A., I riti di passaggio, 1909.
Marco Bizzozero è ricercatore indipendente, autore e formatore. Da oltre cinquant’anni studia i rapporti tra corpo, coscienza, emozioni, costruzione del Sé ed educazione alla pace. Dopo studi medici e un’attività al Policlinico di Milano, ha studiato in Cina, Thailandia e Stati Uniti le tradizioni mediche e contemplative orientali. Funambolo e uomo di circo e teatro per oltre quarant’anni, nel 1981 ha fondato a Milano la prima Scuola di Teatro e Arte Circense in Italia. È ideatore di Corpo-Esperienza, un percorso di pratiche che comprende le Basi d’Equilibrio Shaolin, i Bastoni Shaolin e la pratica cooperativa Atlante. Il suo ultimo libro è Perché le guerre. La schiavitù della violenza. Una possibile educazione alla pace. Vive e lavora a Bologna.
www.essereutopia.com · essereutopia@gmail.com