OCCORRONO UMANE ESPERIENZE TRASFORMATIVE

Oggi siamo sicuri che occorra uno sforzo interplanetario per trasformare le guerre in dialogo costruttivo, per la stabilizzazione del clima, il mantenimento della biodiversità, la transizione alle energie rinnovabili, la lotta contro le povertà, il rispetto e la valorizzazione della dignità umana, e la promozione e la cura della salute.
Ma il fatto è che non basta dirlo, scriverlo, professarlo, battersi in parlamento: seppur in tutta onestà.
Occorre comprendere per quanto è possibile quali sono le cause dello stato delle cose, e occorre proporre opere che trasformino il cuore di quell’umanità che lo ha creato.

Per creare un nuovo umanesimo planetario, la parola è insufficiente: le teorie filosofiche sono utili ma rimangono astratte se non operiamo sulle strutture fondanti l’umanità. Strutture che non sono quelle del pensiero. Le religioni rimangono nella potenza del mito, ma se non divengono rito sociale libero dai propri confini teologici, a livello planetario rimangono divisive. Le ideologie abbiamo visto e continuiamo a vedere quanto siano dittature del pensiero, profondamente chiuse e contrappositive.
La comunità mondiale non si realizza se continuiamo nelle nostre relazioni a discriminare e giudicare l’altro: sia esso di pelle più o meno chiara, povero o ricco, potente o immigrato, femmina o maschio.
Al cuore del Noi planetario c’è sempre e comunque il Sé individuale: questo Sé va cambiato, trasformato nell’esperienza con l’altro, perché possa creare il Noi che auspichiamo.
La mente può aiutarci ma non ci trasforma: occorrono atti, occorrono opere.

Esperienze trasformative sono quelle esperienze soprattutto di gruppo, dove l’intersoggettività è spinta a in alto, è forte, potente, è necessaria e sostenuta da valori condivisi che fanno sì che la relazione fra l’uno e l’altro, fra un soggetto, un individuo e un altro, divenga importante: che ciascuno sia importante per l’altro e ugualmente ciascuno per il gruppo e il gruppo con ciascuno.

Quindi un intreccio di soggettività potentemente motivata e valorizzata e vissuta in un campo affettivo primario, forte, vitale, appassionato.

Perché questo accada, occorre mettersi all’opera in un gesto, in un’opera che tocca le corde primarie e originarie del nostro Sé: cioè ripercorra quel percorso che il nostro Sé, quando siamo nati, nella relazione col caregiver, con la madre, col padre, con le persone che si sono prese cura di noi, che ci hanno dato protezione e sicurezza, ci ha permesso di crescere, di diventare, di individuarci.

Occorre un processo di reindividuazione e questa reindividuazione, questa rievoluzione del Sé non può che passare attraverso le stesse coordinate, le stesse dinamiche, o comunque dinamiche simili a quelle che hanno determinato quello che gli psicologi chiamano l’Attaccamento .

La nostra prima evoluzione, la prima costruzione del nostro senso di Sé, della nostra identità.

Le condizioni emozionali e motivazionali di questo luogo della generazione del Sé sono quelle della sicurezza, del sentire l’altro: in questo caso il bambino sente il caregiver come colui che lo mette al sicuro, che lo protegge, colui che si prende cura di lui; sente di essere importante per lui, di essere necessario e gli si può affidare.

Sono le condizioni della totale fiducia, dell’arrendersi, dell’accoglienza, del sostegno dell’altro.

L’altro punto centrale è il riconoscimento.

La capacità del caregiver, di chi si prende cura, di chi alleva il piccolo, di riconoscerlo per quello che è, per quello che manifesta, per quello che sente nel passaggio di ogni suo vissuto, in ogni sua esperienza: da quelle più difficili, terribili, piene di paura, a quelle del pianto, del dolore, sino a quelle della gioia, della conquista dei primi passi, dell’azzardo, della risata, del gioco.
Del lasciarsi addormentare in quel rifugio di cui necessariamente abbisogna, fra le braccia calde della madre.

Con queste qualità della relazione possiamo rievolvere, re-individuarci, trasformarci nel profondo e tuffarci nel mondo.


Sono le stesse qualità, d’altronde, della cosiddetta alleanza terapeutica, cioè quella che il terapeuta mette in gioco, nella profonda disponibilità d’animo che offre al paziente.

Solo in questo tipo di alleanza, di sicurezza, di amorevolezza, di accoglienza, di riconoscimento, la terapia degli stati psichici di difficoltà, delle psicopatologie, dei traumi, quindi delle zone più oscure del nostro essere, più difficilmente raggiungibili, è possibile.


Questa relazione intima, profonda, che ci permette la cura, è anche la potenza alchemica delle vie della performance, chiamata all’azzardo col pubblico. Dal Teatro, all’Arte Circense, e alle vie della Coreutica alle arti della Musica.
L’esperienza che ci permette di ri-evoluzionare il nostro Sé in un nuovo NOI.

Questo è il potere, o può esserlo, di ogni performance. Una vera esperienza trasformativa.
 
La performance è un’opera nella quale l’umano si cala, mettendo in gioco il suo corpo; nella quale dal suo corpo dipende primariamente l’esito della sua realizzazione.
Nella quale mette in gioco il campo emozionale più originario, quello della sicurezza e della fiducia, della cura e del gioco, del tragico e della risata.

E nella quale incarna con gli altri, i più alti valori dell’umano, al di là di qualsiasi esclusione, di qualsiasi discriminazione.
Queste implicazioni primarie ci permettono di accedere a quel Sé autentico, che il gesto e l’espressione scenica ci chiedono: e la loro esperienza ogni giorno con il gruppo e ogni sera con un pubblico diverso, possono realizzare in noi e negli altri, il riconoscimento.

SIAMO ALLA RICERCA DI ESPERIENZE TRASFORMATIVE, PERFORMATIVE E NON.
UMANE, SEMPRE.

È evidente che devono essere valori coerenti con tutto il senso e il vissuto delle due dimensioni fisico-corporee ed emozionali che abbiamo detto.

Quindi fondamentalmente devono essere i valori dell’inclusione, valori che vanno al di là di qualsiasi esclusione, di qualsiasi discriminazione.

Il centro è la non discriminazione; e l’inclusione non è un fatto esclusivamente politico e sociale.
È un fatto generativo, rigenerativo del Sé dell’uomo, quindi del destino che andiamo creando e del mondo che andiamo lasciando ai nostri figli.

Perché se osserviamo bene che cosa c’è all’origine di tutte le guerre e di tutti i conflitti e di tutte le violenze perpetrate dall’umano, su di sé, sulla sua stessa umanità, troviamo, al fondo di tutto, una discriminazione fra noi e gli altri: noi siamo buoni, gli altri sono cattivi, gli altri possono essere il nemico.

Questa è la prima discriminazione.

È una discriminazione attraverso il giudizio e attraverso la trasmissione, il contagio emozionale della paura.

E ugualmente troviamo la discriminazione ad esempio in tutto il lavoro forzato, il cosiddetto lavoro forzato, in tutto ciò che è oppressione dell’uomo sull’altro uomo, dell’uomo sulla donna, degli adulti sui bambini, sui piccoli.

Dell’uomo, ad esempio, nella creazione della schiavitù che è sempre esistita e che continua ad esistere. Nella prostituzione, ad esempio.

Nell’uso dei bambini, nell’uso-abuso, nella violenza familiare, molto diffusa.

C’è una discriminazione: io sono l’adulto e sono quindi colui che sa e che può percuotere, abusare del bimbo, perché il bambino non è un essere umano ad uguale pari dignità, è qualcosa di discriminabile.

C’è sempre la discriminazione e così è sempre stato, per gli eroi, per gli schiavi; lo è nel razzismo : la mia razza è quella buona, la tua è quella cattiva. Lo è nelle guerre di religione: la mia religione è quella buona e quell’altra è quella cattiva.
 Lo è stato chiaramente in tutti gli stermini dall’Olocausto, e andando indietro al grande sterminio di 90-100 milioni di indios, di nativi dell’America, delle Americhe, a partire dal 1500 dc, insomma, durante tutta la conquista.

Possiamo aggiungere anche i mezzi della violenza, tipo la tortura, possiamo aggiungere anche la violenza e l’abuso degli animali che viene fatto: animali usati come servitori a volte o picchiati o denutriti . Sempre c’è questo pregiudizio: il giudizio di un disvalore dell’altro.

Questa è l’origine, da un punto di vista cognitivo-mentale, di tutta la violenza.

Ossia il pensiero discriminante che permette, rende lecito, legalizza la violenza. Quella violenza che ha un’origine emozionale, fisico-emozionale.

Occorrono le due cose.

Occorre, per esercitare una violenza, avere anche dentro di sé una possibile giustificazione.

E la giustificazione principale è quella della discriminazione.

Ogni potere oppressivo esercitato sull’umano è frutto di una discriminazione, è esercizio di una discriminazione.

Io sono potente, io ho i saperi, ho i mezzi, io posso opprimerti, sfruttarti, schiavizzarti, ucciderti.

Ne ho un diritto.

Questo è un punto fondamentale.

L’opera di ricostruzione di un Sé inclusivo, totalmente inclusivo, appoggiato su un sentimento di umanità, di un’etica, un’Antropoetica che si estende al di là del noi stesso, del noi del nostro gruppo, del noi del nostro sociale, della nostra cultura, della nostra nazione, del nostro essere occidente o oriente, e si estenda a tutta l’umanità, quella che Edgar Morin definiva Antropoetica, è il centro operativo, l’asse di rievoluzione del nostro Sé, che deve informare ogni opera che si ponga il fine di cambiare profondamente l’umano e di eliminare dal mondo la guerra.

Le stesse condizioni che nell’infanzia generano sicurezza, fiducia e riconoscimento — qui riconosciute come il cuore di ogni autentica esperienza trasformativa — sono ciò che nella Relazione Generativa ho tradotto in cinque Atti Generativi: Protezione, Appartenenza, Cura, Riconoscimento, Valore. Chi vuole approfondire come ho interpretato e strutturato questa ricerca può leggere [La Relazione Generativa →].